venerdi sera gruppo di ricerca medianica e spiritismo

Quelli che sono morti non se ne sono mai andati sono nell’ombra che si rischiara e nell’ombra che si ispessisce I morti non sono sotto la terra sono nell’albero che stormisce, sono nel bosco che geme, sono nella dimora, sono nella folla Ascolta più spesso la voce del fuoco, odi la voce dell’acqua ascolta nel vento del cespuglio i singhiozzi è il soffio degli antenati I morti non sono sotto la terra, sono nel seno della donna. sono nel bimbo che vagisce sono nel fuoco che si spegne

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21 luglio 2016

quindiciluglio 2016

E' da lungo tempo ormai che parliamo del peccato. Forse è tempo di smettere di farlo. Anche nel messaggio appena letto i concetti espressi e le affermazioni espresse paiono, a me quantomeno, lineari, comprensibili. Arrivare a complicare ciò che è semplice non serve a nessuno in fondo. Io sono consapevole di dover peccare, di dover scegliere di negare la verità consapevolmente, ne sono consapevole, non vi è dubbio. Forse ne sono consapevole anche perché non ho più visione sgombra e non credo certo che potrei portarla a voi questa visione sgombra se l'avessi..ma pensiamo anche al peccato, cerchiamo di comprenderlo definitivamente. Se non ci fosse stata la scelta, la prima scelta di quando un essere unico esisteva, pertanto un'unica scelta avvenne e fu la scelta della frammentazione, dell'esplosione, un'unica scelta ripeto, allora posso tranquillamente affermare che l'Essere Unico ha deciso di peccare attraverso la frammentazione che non è stata altro che l'incarnazione di sé stesso, se un Unico Essere allora esisteva..ed è assurdo che io dica “se un Unico Essere esisteva” perché io sono certo che un Essere Unico esisteva allora come in questo momento e come sempre sarà, pertanto tranquillamente possiamo affermare senza timore di essere blasfemi o altro, di dire che l'Essere Unico decise di peccare. Ma il problema è il senso in cui si è dato, si è cercato di dare al fatto del peccare. Spaventava, pertanto doveva essere ammantato di significati negativi, cattivi, bui, oscuri...ma il peccato originale non fu altro che dare dimensione al creato; se non ci fosse stato il peccato, il primo peccato, quello veramente originale, oggi non ci sarebbe il creato. E come potremmo affermare la verità, la consistenza, l'essenza dell'Essere Unico, se non potessimo toccare, sentire, palpare ciò che è il creato? L'Essere Unico, per essere, ha bisogno di essere affermato, ha bisogno del movimento continuo di quel volano che gira e gira, alimentato da quelle che sono le scelte di arbitrio... e tanto più esse sono contrarie a quella che è la verità tanto più il volano mantiene costante il suo movimento e non crea scossoni ma semplicemente stabilità e architettura; pertanto affermare continuamente l'Essere Unico è indispensabile affinché esso esista, ma questo molte volte già l'ho ripetuto. Esistono parti di quell'Essere unico che consapevoli di avere visione sgombra decidono di non incarnare sé stessi, peccando. Perché avviene? È difficile anche a questa domanda dare risposta, così come è difficile cercare di spiegare – anche se credo che sia comprensibile per quello che ho detto poc'anzi – il fatto che l'Essere Unico per primo decise l'incarnazione negando la verità. È un dato di fatto, esistono questi angeli che voi chiamate caduti..ripeto, che voi chiamate caduti. Io credo che già essi abbiano la possibilità di esprimere arbitrio; la loro non incarnazione è data da questa scelta che non è negativa, che non è controproducente a quella che è l'evoluzione: semplicemente è tale perché serve come dato di raffronto per coloro che decidono per l'incarnazione. Se così non fosse quale potrebbe essere la verifica? L'incarnazione porta alla cecità, alla sordità, all'impossibilità di vedere attraverso visione sgombra, pertanto anche ciò che io vi sto dicendo non è portato di quello che è il mio vedere sgombro...non potrebbe essere, sono semplicemente una voce che porta a voi, in grado di pesare e misurare ciò che dico, una visione. Non può essere considerata visione sgombra, è inutile che ce lo diciamo, è inutile che voi lo affermiate dando fiducia al mio dire: il mio dire non è altro che rimbalzo su quella che è la vostra essenza. Sempre più sarete in grado di comprendere ciò che vi dico, tanto più avrete camminato su quella che è l'incarnazione, la ricerca e l'evoluzione, la preparazione al superamento cosciente dell'individualità..pertanto non pensate che ciò che vi viene detto da me ma anche da altre entità che possono arrivare a dire, a portare, a costruire con voi una visione, che tutto questo portato sia visione sgombra: sarà comunque filtrato dal vostro dubbio e dalla vostra possibilità di decidere attraverso l'arbitrio. Spero che ciò che vi ho detto sia chiaro perché questo mi spoglia, mi toglie manti che non sono reali ma semplicemente costruiti. Quando vi dissi che la tentazione degli angeli caduti è possibile per l'uomo, è semplicemente perché l'uomo ha costruito questa visione, questa speranza, questo desiderio di avere il potere della visione sgombra ma, credetemi, non sarà consentito. Il limite è preciso,il limite è il materiale, è tale semplicemente, il limite è. Il superamento del limite è attraverso il cambio di condizione, è attraverso l'evoluzione che porta al superamento dell'individualità. Non sperate nel potere che la visione sgombra possa portarvi perché mai sarà consentito; è proprio impossibile, credetemi non si può valicare questo limite. Io ne sono ben consapevole proprio perché su questo limite indugio, gioco e mi arrovello. L'influenza che gli angeli caduti possono apportare all'uomo è solamente ciò che l'uomo crea. Avete parlato di invidia e gelosia; l'invidia e la gelosia sono sentimenti che svelano il desiderio di potere, di possedere, di volere per sé, di avere il controllo e questo è il limite che l'uomo affronta. Se il peccato riguarda l'essere dell'uomo e quando intendo l'essere intendo che il peccare è una scelta che va a pregiudicare ciò che è l'individuo, è una scelta che indirizza l'essere di quell'individuo, non certo il fare; il fare è conseguenza attraverso l'essere...ma esiste un'altra condizione ben distinta e ben diversa da quello che è il peccato, ma che molte volte si cerca di mettere accanto ad esso ed è il male. Il male appartiene al fare, il male non è arbitrio, il male è costrizione, il male è subire, il male è affermare impedendo il cedere. Peccare attraverso scelte di libero arbitrio, ripeto, interessa ciò che l'essere dell'individuo. Nel momento in cui l'individuo pregiudica l'agire dell'altro, compie il male. Male e peccato non vanno accostati, sono due dimensioni diverse, incompatibili, inavvicinabili, ma il gioco, l'intento, è stato quello di accomunarli, di portarli vicino affinché l'uomo non fosse in grado di esprimere arbitrio. Compiere il male vuol dire fare violenza, costringere qualcuno, privare della possibilità un simile e fratello attraverso l'omicidio, impedendo quella possibilità che a tutti compete. Il male appartiene all'individuo, non esiste il demonio o una forza talmente forte che è in grado di guidare le azioni dell'uomo impedendogli il controllo; così non è. Ma ho paura quando parlo di queste cose perché il male è reale, il male appartiene all'uomo, è in lui. Considerare ogni individuo come simile e fratello, come precisa porzione di quello che è l'Essere Unico così come ognuno di noi siamo, è la traccia. La vera offesa, la vera bestemmia, è pensare di poter costringere attraverso la violenza qualcuno a non perseguire la sua ricerca, sia essa incanalata su una strada comprensibile, sia essa incanalata su una strada che appare nefasta e terribile. Ogni uomo ha la garanzia di arbitrio, ogni uomo ha il diritto di scegliere per sé stesso. Quando l'essere diviene convinto che il proprio agire possa anche servire a educare, a insegnare, a indicare la strada, qualcosa di terribile avviene. Questo è il male. Come è possibile che il male sia consentito? Non può che essere così se crediamo nella libertà dell'uomo anche di fare le cose più nefaste. Che fare allora? Se impedissimo ad un altro di fare ciò che ha intenzione di fare faremmo lo stesso errore che lui ha commesso. Cosa ci resta allora di fronte a questo male che appare così terribile? Io credo che quello che ci resta da fare sia dare senso e comprensione, sia permettere che quella bolla che ben conosciamo divenga permeabile anche adesso. Difficile,incomprensibile, inaccettabile, certo...ma che ci resta da fare? L'esistenza del male è in fondo un aiuto, un apporto, uno strumento che l'essere deve essere in grado di afferrare, utilizzare, maneggiare. Ma via, ora...non mi piace indugiare su questi argomenti. Via ora...andiamo a cercare quello stagno dove tutto quanto si dipana, dove tutto quanto si scioglie, dove la protezione ci accoglie

05 giugno 2016

tregiugno2016

L'Essere Unico esiste, ha un'essenza ma perché tale sia ha bisogno di essere affermato. Tutto ciò vale anche per l'uomo nella sua dimensione. L'uomo può essere solamente se è affermata questa essenza. È facile dire che bisogna essere più che fare ma l'essere affermato è solo tale attraverso una scelta del fare. La scelta del fare per l'uomo incarnato è proprio quella di affermare la verità. Cerchiamo di spiegare meglio questo; credo sia importante e ancora a ritroso dobbiamo tornare là dove tutto avvenne. Se semplicemente l'Essere Unico è non esisterebbe la Creazione, non esisterebbe la percezione, la definizione dell'Essere Unico, già ve lo dissi una volta, se semplicemente fosse non esisterebbe. Il vuoto. Pertanto come già dicemmo l'Essere Unico perché possa essere vero ha da essere affermato e l'affermazione passa attraverso quella che è la collana delle vite, le incarnazioni e perché ciò avvengano c'è bisogno di questa prima scelta del peccato originale l'abbiamo chiamato e che credo sia l'unico peccato possibile perché se il peccato è tale quando colui che lo commette afferma il falso conoscendo ciò che è vero, solamente nella condizione di visione sgombra può esistere il peccato. L'Essere Unico attraverso la sua visione, attraverso la consapevolezza del suo essere, pecca negandola e per negarla si passa attraverso la definizione della individualità, della scelta: io, consapevole di ciò che sono, nego ciò che sono attraverso la frammentazione affermando che ci possa essere un'individualità al di fuori di quello che è il Tutto, il corpo comune dell'Essere Unico. Per forza di cose avviene poi quel velo, quel buio che cela quella che fu la visione sgombra; se così non fosse sarebbe pazzia. Il peccato originale non può che essere commesso da colui che era in grado di farlo consapevole della propria essenza, del proprio essere ma proprio per renderlo vero aveva bisogno di negarlo. Il peccato originale, l'inizio del tutto, il peccato originale indispensabile, senza di esso nulla esisterebbe. La marcia incessante delle incarnazioni l'ho chiamata collana più che catena perché è davvero qualcosa di prezioso, indispensabile, che tutto quanto regge e tutto quanto rende vero. Negare la verità consapevoli di dire il falso: chi se non semplicemente l'Essere Unico può fare ciò? Quel simulacro, quel palliativo, quella cosa informe che pare sia l'individuo non potrebbe certo avere la purezza, il requisito per poter peccare. Si può giungere ad essere semplicemente attraverso una scelta che lo affermi e se arriviamo ad affermare l'essere per forza di cose dobbiamo abbandonare coscientemente l'individualità e non per forza attingendo a quella che fu la visione sgombra, assolutamente non può essere questo ma deve essere una scelta vissuta, ogni giorno costruita. Il superamento cosciente dell'individualità non è semplicemente quel varcare la soglia per tornare là dove siamo partiti ma è quella quotidiana del rispetto dell'altro come fratello e simile, come parte integrante di ciò che io sono; senza di lui io non sarei,non potrei mai essere, per quanto io faccia, per quanto io cerchi, per quanto io studi. L'essere esiste solo se viene affermato, è questo il requisito che rende comprensibile la verità. Peccare, ripeto, indispensabile inizio, condizione capace, unica. Gli angeli caduti, quelli che noi chiamiamo gli agenti del male, coloro capaci di creare tentazione nell'uomo, coloro capaci di confondere, deviare, sono quegli esseri che hanno rifiutato l'incarnazione e attraverso questo rifiuto hanno rifiutato di scegliere l'essere attraverso il cammino dell'incarnazione; sono coloro che si sono arrogati il diritto di mantenere visione sgombra. Forse anch'io sono uno di loro, che tanto dico di voler nascere a vita e indugio qui con voi, quasi a voler cingere aureola. L'essere è vero, l'essere esiste solo se è affermato. Se io mi ritengo tale e nulla faccio per poterlo affermare e non sono neppure in grado di peccare attraverso la scelta di arbitrio del peccato originale posso essere definito coi nomi più turpi, con il buio più profondo ma la garanzia, la possibilità rimane tale per tutti quanti me compreso e coloro che ancora consapevoli affermano la non intenzione di voler affermare l'Essere Unico attraverso l'incarnazione. La tentazione della capacità della visione sgombra, la promessa di potenza dell'essere in grado di vedere è un bisogno che in fondo l'uomo coltiva allignando in sé questa possibilità che null'altro fa che alimentare la boria e la sicumera dell'essere, dell'individuo, di colui che crede di potere. Ma ripeto, è indispensabile il peccato che neghi la verità consapevole. Cercare di definire il bisogno dell'affermazione dell'essere capisco sia cosa difficile, ardua ma, credetemi, condizione indispensabile è quel continuo rinnovare affermando la verità passando attraverso la negazione di essa. Se non fosse negata la verità come potrebbe essere affermata? È come un'ombra che cala scendendo dal capo, definendo un corpo materiale, una mente abile e capace, un fisico vigoroso...un'ombra che modella i particolari, definisce le caratteristiche...un'ombra che dà spessore, un'ombra che nasconde,che promette impunità, nasconde. È tanto che non cerchiamo quello stagno. Voglio averne il bisogno, cerco di sentirne la mancanza; avviamoci verso quel liquido, quell'acqua e in essa scendiamo permettendo ad essa di accarezzarci, toccarci, coprirci ; completamente immersi possiamo tranquillamente protetti abbandonare resistenza, peso, consistenza, attenzione. Siamo qualcuno senza riconoscerci. Siamo noi, certi di esserlo.

16 maggio 2016

tredicimaggio 2016

Due parole, due stati:essere e fare, divenendo. L'Essere unico, per essere vero, non può che essere semplicemente; non possiamo pensare che la fissità del disegno, la purezza, la verità dell'essenza dell'Essere Unico possa in qualche modo mutare, già questo ce lo dicemmo. Il fare, il divenire, appartengono all'individuo, all'uomo, a colui che cammina, respira, pensa. Ma cerchiamo di capire dicendo la diversità tra questi due stati: sicuramente per l'uomo la morte è la situazione nella quale si esprime, nella maturità dell'esperienza dell'uomo, una possibile scelta. L'uomo crede di giungere alla morte capace di poter in qualche modo “fare” in questa situazione; l'assurdità del cercare di fare per tornare ad essere, mentre per ciò che riguarda la nascita dell'uomo che si incarna noi non diamo capacità di fare. Il bimbo nasce, in qualche modo senza che lui possa avere capacità, possibilità nel suo nascere, quando invece già ci siamo molte volte detti che è la prima scelta di libero arbitrio; sicuramente l'arbitrio dà la misura della presenza dell'essere in quella azione ed è proprio quell'azione che passa dall'essere al divenire. È sicuramente la più perfetta definizione “espressione del fare”...eppure rimane lontana, rimane irraggiungibile, diviene impossibile cogliere quel momento quando con una purezza grande, infinita, enorme, l'Essere è stato in grado di scegliere la sua prima volta. Qualcuno di voi ha detto che viene azzerata la consapevolezza di ciò che era, nell'essenza, quell'essere che si è incarnato; il suo essere parte consapevole, attraverso visione sgombra, dell'Essere Unico. Ma cosa è avvenuto, tra quella scelta di arbitrio e la consapevolezza, la coscienza dell'essere incarnato? Qual'è quella barriera che ha filtrato, impedito, ostruito la possibilità di portare la consapevolezza della visione sgombra? È un veto messo da un Essere Superiore, è una barriera fisica, è un limite invalicabile... oppure?... Oppure è un'altra forma, dimensione, di una scelta d'arbitrio. Ci siamo detti tante volte che la parte originale, quella componente originale che l'uomo anche nella sua incarnazione porta rimane immutabile, non muta, non diviene, non cambia; rimane pura nella sua essenza. Ma proprio per questo motivo ci dovrebbe essere quella visione sgombra... sì, usiamo ancora questo termine, che proprio a quella dimensione appartiene, a quella componente, non certo alla mente, non certo al corpo; pertanto che cosa avviene? Ci siamo detti altre volte che l'Essere Unico ha scelto la frammentazione, per affermare la sua Verità, la sua Essenza, ma l'Essere Unico, se abbiamo continuamente, sbagliando, l'intenzione di staccarlo da quella che è l'identità dell'uomo incarnato, creiamo confusione, creiamo mancanza d'identità e di verità. Riportiamo la verità del Essere Unico in ogni singolo individuo come parte precisa di quella verità che è l'Essere Unico. Pertanto se l'Essere Unico ha bisogno della frammentazione per potersi affermare lo fa attraverso una scelta individuale e se questa scelta è individuale, per permettere la negazione della verità quella barriera è auto imposta, quel veto alla visione sgombra è scelto attraverso la prima scelta di libero arbitrio. Pare che l'individuo abbia voluto in qualche modo privarsi della capacità di vedere e di vedere che cosa, se non la sua essenza? Pertanto tutto viene travasato sul fare, sul divenire, sul capire, sul cercare e sul trovare e, dopo aver trovato, mettere a frutto ciò che si ha scoperto. Tutto ciò allontana, tutto ciò non è che la propaggine di quel veto, di quella barriera auto imposta; non possiamo fare per essere, dobbiamo semplicemente essere per smettere di logorarci con il fare; il distrarci continuamente è una continua corsa verso un traguardo certo e sempre più vicino e questo affannarci, questo correre a capire, a leggere, ad intuire e a definire qualcosa che avviene senza una scelta di arbitrio ma semplicemente una causa, semplicemente un incidente, semplicemente qualcosa che avviene e non nella soggettività dell'essere ma nell'oggettività del fare. Sto parlando della morte fisica, non certo del superamento cosciente dell'individualità, perché nuovamente questa è una scelta di arbitrio, è quella che completa quella che è l'esperienza dell'uomo, la sua ricerca, la sua affermazione di essere Essere Unico, affermandolo con forza attraverso il superamento cosciente dell'individualità, ma la morte fisica, quella che più di tutto pone il limite della possibilità, non è certo una scelta di arbitrio ma è semplicemente la conseguenza della caducità di quello che è il fisico, del corpo dell'uomo, non esiste altra possibilità. Il vero passaggio, ben lo sappiamo, è il superamento cosciente dell'individualità per tornare all'essere e togliere di torno il fare, il divenire. Ma è una scelta di libero arbitrio perché afferma una nascita, un ritorno, un riappropriarsi di identità, di essenza, nella verità pura e semplice dell'essere tali. La ricerca, la vita, il camminare, il respirare, il pensare, non è altro che un affannarsi per andare a definire ciò che è e è sempre stato. Attraverso il vivere, attraverso la deflagrazione, l'Essere Unico afferma la sua verità e per ciò che compete al singolo individuo è questo affermare- attraverso un negare visione sgombra- appartenenza ed identità per tornare a riaffermarli attraverso una scelta di arbitrio, abbandonando quell'identità faticosamente creata in una vita intera. Essere....non sono molti che attraverso il quotidiano vivere possono giungere ad essere semplicemente, senza cercare di essere, senza fare qualcosa per essere. Il valico della morte fisica ci costringe a cedere, ad arrendere le proprie capacità per scegliere in piena consapevolezza il superamento cosciente dell'individuo. Può essere l'uomo in grado di essere? Sicuramente cessando il fare, certi che il divenire possa essere fermato. Cercare la motivazione che ha spinto la purezza del Essere Unico ad incarnarsi negando la verità del Essere Unico, è il momento magico. Io credo che ogni singolo individuo abbia la misura di quella magia e colui che è in grado di annullare sé stesso....................................................................

11 aprile 2016

ottoaprile 2016

E' ben difficile cercare di rendere concreto qualcosa che non lo è. Io la volta scorsa vi dissi che l'Essere Unico è qualcosa di finito, ma anche qui i termini diventano capaci di creare diversità. Dissi che l'Essere Unico era finito perché non esiste un inizio, un inizio che diede vita a tutto ciò che è, sempre è stato, ma capisco bene quanto sia difficile comprendere un concetto di questo tipo; per l'uomo che è abituato allo scandire del tempo, al crescere, al nascere e al morire è difficile pensare a qualche cosa che mai è mutato, che non nacque, che non venne creato e che mai morirà e mai sparirà. È proprio questa essenza, questa presenza, che è difficile da spiegare. Il bisogno dell'Essere Unico di essere affermato è proprio affermare questa fissità; la verità assoluta non può mutare, non può cambiare. L'accettazione della verità assoluta non può passare attraverso un percorso di ricerca oppure di accettazione: ci si può solo arrendere ad essa, incapaci di credere qualcosa di diverso, accecati da quella che è la luce della verità. L'Essere Unico si auto afferma, certo; se tutto quanto è Essere Unico, anche quell'individuo capace di negare la verità è essere Unico, ma come tutto ciò può legare al concetto di fissità, di unicità, di staticità, che anche questi sono termini che appartengono al divenire, al tempo che scorre. Ma là dove tutto è vero questi concetti non esistono. Ma, non vi è dubbio, questa mia convinzione ritorna forte anche se capisco e provo la difficoltà, ma la certezza che esista questo bisogno, affinché la percezione dell'Essere unico divenga reale, divenga concreta, questo bisogno è fondamentale; l'ho già detto, senza di esso non ci sarebbe l'Essere Unico...ma proprio perché c'è e non esiste dubbio che non ci possa essere...affermarlo...quale altra alternativa? Qualche altra possibilità non esiste. Ricordo l'immagine di quel bimbo che voleva travasare il mare in quella buca, però la mente dell'uomo è strutturata per cogliere senso, per dare spiegazione, per dare motivo per appartenere ma anche motivo per cedere e sappiamo bene che non esiste altra possibilità se non cedere a questa verità; non ne esistono altre...ma il gioco perverso, continuo, il dedalo che la mente continua a porre in atto: “perché mai?” e l'unica risposta è: perché l'Essere Unico ha bisogno di tutto ciò; se così non fosse non esisterebbe. Ma non vado più in là, non riesco a trovare immagini o parole. Tutto ciò è forse il mio negare verità, il mio peccare? Voglio fuggire da questa difficoltà, voglio portarmene fuori, voglio non sentirmi perso in quel labirinto senza uscita. Sentir leggere di Clelia mi ha portato profonde sensazioni che sembravano sopite. Per me voi, come anche Clelia, sono proprio il riconoscere di essere parte unica, un corpo comune di ciò che è l'Essere Unico, se può apparire semplice cedere la propria individualità a qualcosa di così grande e puro che è l'Essere Unico, è ben più difficile cedere individualità nei confronti dell'amico o del prossimo che avete accanto; ma con Clelia vi è stato possibile, nel cerchio vi è stato possibile. È questo l'essere prezioso, quella luce, quel colore, quel calore, che mi portano sensazioni di appartenenza, di vissuto, di identità; un cerchio in grado di abbandonare a chi è individuo ogni reticenza per andare ad affermare la verità del corpo comune, più che la verità e la qualità dell'individuo che si pone protagonista e individuo all'interno di un cerchio. Forse dovremmo deviare quella che è la nostra attenzione a quello che è il nostro riferimento del cedere affinché possiamo affermare l'Essere Unico, invece il cedere a quello che è il prossimo che ci sta accanto, il prossimo che come Clelia è stato in grado di darci identità ed appartenenza, innanzitutto al cerchio per poi a qualcosa di tanto più grande nel momento in cui la presenza effettiva all'interno del cerchio ha dovuto svanire, costretta da quello che era il limite del corpo e della malattia. Forse dobbiamo spingere di nuovo la ricerca in quella direzione per trovare comprensioni più semplici, più facili, più immediate, più riconoscibili. Molte volte portare la nostra attenzione, il nostro pensiero e la nostra ricerca in situazioni dove non siamo in grado di riconoscerci può essere semplicemente una fuga, un'uscita di sicurezza che ci porti lontano dalla possibilità di comprendere, di sperimentare, di riconoscere, di afferrare. Tanto più grande è l'obiettivo, tanto più lontano è il traguardo, tanto è più facile riconoscersi nella ricerca. Se la ricerca ci porta al prossimo, all'immediato, a colui che abbiamo accanto, non esistono alibi alla nostra incapacità di trovare, di condividere, di cedere. È difficile essere prossimo e fratello, è difficile accettarlo come unica essenza, come parte precisa. Esiste anche in me questo bisogno di riconoscermi ed essere riconosciuto per il mio dire, che non è altro che la trasmigrazione, la trasposizione del fare che appartiene a voi, pertanto tanto più è forbito tutto il mio dire e tanto migliore è la mia affermazione, riconosciuta, accettata. Ma smettiamo...le parole mi passano sopra quasi fossero al di fuori di ciò io sono...per il bisogno di riempire spazi che non hanno senso ad essere riempiti. Il vuoto crea attrazione, porta con sé, richiama, indica. Ma cerchiamo quell'acqua, quel posto e quello strumento che ci permette di rallentare, cedere...accogliere. Muoviamoci verso di essa, sentiamo il bisogno di essere accarezzati, accolti, coperti..per perdere definizione, accanita ricerca, bisogno di sapere. Abbandoniamoci in quel liquido, certi e fiduciosi di essere protetti, accolti, amati.

05 aprile 2016

unoaprile 2016

Tempo addietro vi dissi che il mio essere qui in questo cerchio era cercare di tradurre quella che era la mia essenza, la mia verità in termini, in parole che fossero comprensibili, che potessero in qualche modo dire qualche cosa ma è una traduzione assai ardua. Non è semplicemente tradurre in una lingua, in un'altra lingua, un concetto che possa essere comune alla comprensione di due che parlano diverse lingue. È proprio questo il problema: non esiste concretamente qualcosa da spiegare...cosa? Qualcosa di concreto, qualcosa di comprensibile che si possa toccare, ma è parlare di essenze diverse, di percezioni diverse, di fisicità e non fisicità, di immutabilità e di vivere, e capisco che a volte possa essere difficile, ma mi rendo conto che quanto più sarò in grado di parlare della mia verità e della mia visione, che non voglio neanche più chiamare visione sgombra creando questa differenza che ci possa essere di qualità in qualche modo tra me e voi; così non è. Se voglio essere simile e fratello devo essere in grado di vedervi ed essere visto, toccarvi ed essere toccato, dire a voi ed essere ascoltato, sentito. L'Essere Unico è qualcosa di incomprensibile, qualcosa che nella sua fissità, nella sua perfetta completezza è davvero inconcepibile, è qualcosa di finito, di definito, di perfettamente preciso che ha bisogno di essere continuamente scelto e affermato. La creazione serve proprio a dare quel movimento che affermi continuamente e costantemente l'essenza, la verità. Ci fu mai un tempo in cui questo divenire non era presente? Non credo. Ripeto, per ciò che io posso comprendere l'affermazione dell'Essere Unico è fondamento per la sua esistenza; ma se questo disegno, se questo perfetto disegno è immutabile, com'è possibile che un essere che s'incarna, e diviene individuo, diviene uomo, possa in qualche modo privare questo disegno di un particolare? Mi è sembrato utile cercare di creare l'immagine di una privazione di questo disegno, di una cavità, di un foro, di un buco, ma se pensiamo all'arazzo come a qualcosa di fisico possiamo credere che ci possa essere questa privazione. L'Essere Unico è qualcosa di diverso, non è materiale, non è fisico,non possiamo scavare in esso, non possiamo portare via qualche cosa perché “cosa” non esiste. Per essere lucido, preciso, dovrei dirvi che quella tonalità che voi tanto ricercate e cercate di definire mai è cambiata, è qualcosa di fisso, immutabile, che è in voi, e l'unica cosa che avete fatto attraverso l'affermazione dell'incarnazione in quello che è stato chiamato il peccato originale, è stata quella di decidere di negare quella tonalità, affermando liberamente l'individuo. Pertanto ciò che abbiamo portato via da quel disegno, da quell'arazzo, è semplicemente la consapevolezza di quella parte che voi siete e rende tale e unico l'Essere Unico. Il peccato originale, la negazione della verità, non sono più quella parte così importante, nego questa verità. Se la consapevolezza della negazione è avvenuta prima o dopo la nascita non è importante, di fatto esisteva arbitrio e l'arbitrio è sancito e riconosciuto indispensabile a quella che è l'affermazione dell'Essere Unico. Vi ho detto prima: se così non fosse probabilmente l'Essere Unico non esisterebbe; è attraverso la sua negazione che si giunge all'affermazione di verità dell'Essere Unico, pertanto quello che fate attraverso il peccato originale, quello che io farò, probabilmente, attraverso il peccato originale sarà negare la consapevolezza di essere quel particolare così importante, indispensabile. Quel vuoto non è altro che la mia non presenza consapevole nell'arazzo, nella completezza. Ma, torno a dire, quella che è la tonalità non muta, la portate con voi perfetta, precisa; semplicemente dovete tornare a riaffermare che quella tonalità che voi siete è parte dell'Essere unico. In questo modo si riaffermerà la verità; un giorno arriveremo forse anche a parlare del bisogno che l'Essere Unico ha di affermazione continua e costante, quasi fosse un respiro per l'uomo che vive. La consapevolezza di essere, la consapevolezza di appartenere; la ricerca porta a questa comprensione, all'identità che decide di appartenere e tornare ad essere ciò che era...ma dire così è sbagliato! Ma l'individuo afferma di essere sempre appartenuto. È fondamentale questo concetto, non ci sono mescolanze di colori che portino alla gradazione che dà la tonalità precisa e , giunti a quel momento, tornare ad appartenere. Mai avete lasciato l'Essere Unico. È riaffermare consapevolezza di essere, la ricerca. Ma come può, chi è consapevole di ciò che ho appena detto, pensare di peccare nascendo a vita? Perché anche questo atto, quest'affermazione, questa volente affermazione, è indispensabile. Non so se sarò mai in grado di dire, farvi comprendere il bisogno che ha l'Essere Unico di essere continuamente affermato. È predestinazione tutto ciò? È vicolo chiuso, è canale stretto, è traccia? Io non credo. La percezione della bontà della ricerca dovrebbe dare risposta, ausilio, stimolo. Il timore di sbagliare, il timore di non fare la cosa giusta è la difficoltà più grande; la libertà di riconoscersi in ogni singolo atto volente del vivere.... L'intuizione, lo squarciare la nebbia che vela, è dal vostro essere profondo precisamente modulata affinché possa la comprensione accompagnare lo svelare la verità. Mi accorgo che anche nel mio dire ciò che pareva comprensibile ed accettabile tempo fa venga in qualche modo stravolto, rovesciato, ribaltato. L'intuizione deve per forza accompagnare quello che è il vivere; la consapevolezza è il coniugare ciò che si intravede e ciò che si è riconoscendo nel proprio intimo, nel proprio vissuto, traccia di quella visione che viene proposta. Se così non fosse la mente impazzirebbe, sentirebbe l'inutilità, l'incapacità, il vuoto e inutile cercare. Cercate di essere – troppe volte ho ripetuto – liberi nel vostro essere veri, senza calzare, senza vestire abiti che non vi appartengono. Cerchiamo lo stagno dove lasciar decantare ciò che ci passa nella mente e nel cuore; camminiamo verso quell'acqua consapevoli della possibilità di essere un unico corpo, facciamoci sommergere da quell'acqua fino a perdere dettaglio, identità, immagine. Poniamoci in quella dimensione che non è essere uomo o essenza.

29 marzo 2016

venticinquemarzo 2016

Quando penso alle pennellate alla bolla il pensiero successivo è quello dei sepolcri imbiancati, che non sono altro di quei dotti, di quei preti, di quei farisei che, morti alla ricerca, oramai defunti alla ricerca e incapaci di trovare il bandolo della ricerca, imbiancano le proprie tombe dell'essere morti, imbiancano con pennellate vivide che possono permettere di rendere visibile il loro essere, di rendere concreta la loro autorità, di coloro che proprio per il candore di quei sepolcri, diventano il simulacro della verità, ma non sono altro che morti alla ricerca coloro che sono convinti e certi di avere in mano il verbo, la verità; hanno rinunciato a cercare, non sanno in quale modo farlo e si aggrappano a dogmi che impongono come dotti e saccenti mentre invece dovrebbero cercare con una spatola di ripulire tutti quegli strati di vernice che sono solo serviti a coprire la verità, la verità di ciò che sono. Ma questo processo verrà indotto comunque, non sarà una scelta, ma la morte li costringerà, la morte fisica, a cercare di scrostare per giungere alla sostanza dell'essere. Cercare non è pratica facile, tranquilla; può essere sofferente, può essere faticosa, ma è l'unico modo per cercare di rendere visibile l'essenza dell'uomo. Colui che cerca deve scarnificare, scrostare, demolire, aggredire a brandelli quella bolla affinché il proprio essere divenga comprensibile, visibile,e il vivere di questa persona che cerca divenga testimonianza, divenga modo individuale sempre, mai per forza comune, mai per forza esempio per altri, ma come possibilità, come testimonianza di ricerca, affermazione di aver trovato. Però coloro che hanno una posizione di prestigio, desiderosi di essere faro e fulcro di chi attorno a loro si trova subiscono quel veleno di cui ho parlato la volta scorsa: il bisogno di essere riconosciuti, di conseguenza essere considerati tali da essere maestri, uomini buoni. Ma ripeto, sono morti a se stessi, sono morti alla ricerca, sono sepolcri imbiancati. Riguardo all'arazzo ora. Io tempo fa vi dissi che quando l'uomo attraverso l'arbitrio afferma la voglia, il desiderio di incarnarsi, crea un vuoto in quell'arazzo e quel vuoto non può che essere colmato da colui che ha scelto, volente, di affermare la propria individualità... ma non esiste possibilità di variare la verità dell'arazzo, è immutabile come è immutabile l'Essere Unico. L' Essere Unico non può essere cambiato ma può essere solamente affermato e scelto; la stessa cosa vale per l'arazzo, che non è altro che la raffigurazione dell'Essere Unico, quella grande immagine che tutti comprende, pertanto credere di poter migliorare l'arazzo portando quella che è la propria testimonianza della ricerca avvenuta attraverso l'incarnazione, non è cosa vera. Ma sicuramente quel colmare quel vuoto creato attraverso la scelta dell'incarnazione è sicuramente l'espressione migliore che l'uomo possa raggiungere. Pertanto è vero che esiste – è difficile chiamarlo merito- ma è vero che esiste la possibilità per l'uomo incarnato di raggiungere la massima potenza della realizzazione di se stesso, che non è altro che l'affermazione precisa e puntuale di quello che era prima che scegliesse di essere incarnato, prima di creare quel vuoto... e quel vuoto non può che essere colmato da colui che ha scelto l'incarnazione. Ma ripeto, non si può mutare la verità dell'Essere unico, di conseguenza dell'arazzo; capisco che possa essere difficile comprendere tutto ciò, perché quello che stiamo cercando di fare qui e ora è quello di rendere concreta e comprensibile l'essenza dell'Essere unico, qualcosa che trascende i limiti della concretezza, i limiti...è quasi impossibile parlare perfino di limiti...però se cerchiamo di tradurre per quella che è la mente dell'uomo questi concetti, dobbiamo cercare di creare delle immagini e , secondo me, l'immagine dell'arazzo è l'immagine più precisa e puntuale per definire ciò che è l'Essere Unico. Un Essere Unico che non può mutare, ma proprio perché è anche per quella individualità che decide l'incarnazione non muta l'essenza dell'Essere Unico ma semplicemente l'abbandona per affermare la propria capacità di scelta, di espressione di arbitrio, celando nel profondo di sé stesso la consapevolezza e la verità di che cosa sia l'Essere Unico insito in sé stesso, ed è impossibile che possa mutare questa condizione. L'uomo che s'incarna non abbandona mai quella che è la verità dell'Essere Unico, ripeto, non può fare altro che cercare di allontanarla dalla propria consapevolezza attivando quella che è la mente, il ragionamento e la convinzione non falsa, vera, di poter scegliere attraverso il libero arbitrio. Per l'essere incarnato è consentita la negazione della verità e se noi vogliamo chiamarlo peccato possiamo tranquillamente farlo, basta che non colpevolizziamo colui che pecca. Ormai è pacifico, chiaro e comprensibile che colui che nega la verità è vero per ciò che è tale, per la sua capacità, proprio perché l'arbitrio è una componente indispensabile: se così non fosse, mai si sarebbe incarnato, se così non fosse, mai avremmo creato quel vuoto nell'arazzo creando una dinamicità. Già ve lo dicemmo che la struttura, l'architettura, viene sorretta da scelte di arbitrio e tanto più il volano viene frenato da negazioni di verità, tanto più concreta e solida è l'architettura. Pertanto se così non fosse, se non ci fosse colui che negasse la verità, probabilmente non esisterebbe la creazione. Però vorrei ancora ripetere: non è possibile credere che l'arazzo possa essere variato. Noi possiamo semplicemente prolungare quella che è la nostra occasione, la nostra occasione di ricerca, ma finiremo sempre ad affermare la verità dell'Essere Unico. Perché tutto ciò? Potrebbe essere anche comprensibile porsi questa domanda ma credo sia difficile poter rispondere da uomini che pensano, respirano e camminano. La staticità dell'arazzo è la vera e unica sostanza dell'arazzo. Per degli esseri che vivono, si muovono, vogliono, decidono, e che possono negare la verità, appare incomprensibile: io posso, io posso peccare, io posso negare la verità e nessuno può impedirmelo...perché io posso, perché il libero arbitrio mi è stato dato e io me ne sono appropriato e l'affermo testimoniando la mia individualità. Nessuno può obbligarmi di recedere da questa possibilità. Può apparire sciocco ma è lecito anche affermare “Dio me l'ha dato e io me ne faccio padrone”, però quel vuoto che è stato creato prima della vostra nascita non può che essere colmato tale e quale come fu prima che fosse scavato, formato. Dove lo mettiamo il merito in tutto questo discorso, dove mettiamo la possibilità dell'uomo in tutto questo discorso? Io credo che se vi interrogaste veramente su questa domanda trovereste anche la risposta, che non è certo un valore comune per forza, ognuno di voi può trovarne senso, motivo, comprensione senza temere, nel momento fosse diversa da quell'altro, di sbagliare. L'arazzo è qualcosa di grandioso, talmente grande che è inconcepibile, ma è nella sua concentrazione, nella sua unicità che perde ogni dimensione...dove tutte quante le domande, i dubbi e le motivazioni perdono senso. Ma se ciò fosse comprensibile per l'uomo, più esso non sarebbe tale ma avrebbe affidato alla verità dell'Essere Unico ogni sua possibilità di arbitrio. È buona cosa credere di portare qualità, è buona cosa credere di portare pregio, è buona cosa credere di meritare per aver perseguito la ricerca...credo proprio di sì, e il veleno sottile non è certo nelle cose in cui ci interroghiamo, il veleno sottile è quel bisogno di essere riconosciuti, pertanto spennelliamo quella bolla, strati su strati, affinché esista il consenso, l'accettazione e la santificazione dell'individuo. Non abbiamo bisogno di colori cangianti, non abbiamo bisogno....... E' sufficiente per questa sera. Cerchiamo quello che è il nostro luogo comune, quello stagno dove perderci, dove dissolvere le nostre individualità affidandoci. Camminiamo verso quell'acqua, abbiamo bisogno di essere da essa toccati, abbracciati. Siamo noi che scendiamo verso di essa, è una nostra scelta, è una nostra volontà, è un nostro arbitrio, certi e consapevoli di trovare pace e dimensione, visione e verità in quell'acqua. Lasciamoci da essa sommergere fino a perdere quelle fattezze che ci definiscono come uomini, individui; perdiamo peso, misura, sensazione. Credere che siamo noi a definire quella tonalità che sarà il particolare di quell'arazzo non è presunzione ma sempre e solo riconoscere la propria essenza. Essere convinti dell'autodeterminazione, della presenza, dell'identità, non è presunzione ma semplice certezza di essere noi quella tonalità.

28 febbraio 2016

diciannovefebbraio 2016

Libertà, verità, identità ed appartenenza; indulgeremo molto ancora su questi quattro termini, ma ne avevo inserito anche un quinto, che è la consapevolezza. Ma dove e come andiamo a cogliere quella consapevolezza? Vorrei proporvi un gioco, uno scherzo; io sono stato colui che vi ha invitato a volgervi, a dirigere lo sguardo là dove eravate...là da dove siete venuti, e vorrei farlo anche con questi quattro termini. Il bimbo, quando nasce, ancora prima di nascere, appartiene alla madre, a quello spazio preciso, quella nicchia, quel nido nel quale è naturalmente protetto e cresce fino a nascere, e in lui questa certezza di appartenere a qualcuno, qualcuno che lo nutre, lo scalda e lo protegge è innata perché è qualcosa che lo accompagna, lo accompagna da sempre, quella certezza di appartenere a qualcuno...e se tutto avviene come deve essere, questa appartenenza dura a lungo, fino a muovere, a sviluppare, ad attivare quei sentimenti, quei piaceri, quelle gioie che lo portano là da dove proviene, da dove è venuto. Poi però cerchiamo di educare quel bimbo affinché sia indipendente, affinché divenga uomo, affinché sia in grado di non dipendere, di non appartenere a nessuno; cerchiamo di creare quell'individuo capace, quell'identità, per cui passiamo dall'appartenenza all'identità, e ci sforziamo, come bravi maestri, di accelerare questo passaggio forzando a volte attraverso l'insegnamento, attraverso il pretendere, che una mutazione avvenga, che quel bimbo che apparteneva alla madre diventi finalmente uomo in grado di essere capace per sé stesso a definire quella identità, utile, certo, capace di provocare quelle domande, quei quesiti che lo portano ad attivare la mente nella ricerca, nel bisogno di trovare risposte. E lo sforzo va nella direzione di cercare ciò che è vero, ciò che è giusto, fino a giungere alla comprensione di ciò che è vero. Ci si giunge certo prima con la mente, dimentichi di quello che era stato, di quando si apparteneva, di quando si cercava di definire quell'individualità, ma colmi nell'aver trovato, pensando di credere quale sia la verità. Ma la verità non porta altro che comprendere che per essere veri bisogna essere liberi. Solamente attraverso la libertà si può essere veri perché l'unica verità è ciò che noi siamo, ciò che quell'uomo diventato grande, individuo, ha capito cosa sia vero...quell'uomo che per essere quella verità che lui ha intravisto, ha bisogno di essere libero, di essere ciò che è – già ve l'ho detto – non di fare ciò che si vuole, ma di essere ciò che si ha capito di essere, svelando, togliendo quelle maschere, togliendo quei paludamenti...quel cercare di apparire così come gli altri credono di volere. Però, se hai afferrato la verità, devi comprendere, devi capire, devi arrenderti al fatto che per essere vero devi essere libero. A questo punto tutto ricomincia, essere liberi non basta, essere liberi di esprimere ciò che si ha intravisto come vero non basta; lo sforzo deve divenire essere, essere veri nell'essenza che si ha intravisto. Per cui dalla libertà che permette alla verità di esprimersi torniamo a cercare ciò che è vero...e ciò che è vero non è altro che essere quella verità riconosciuta, prima mentalmente ma poi profondamente, intimamente, e si diviene l'uomo nuovo, quella nuova identità che capisce di dover tornare ad appartenere, per tornare là da dove si è partiti. Questa ricerca della verità definisce perfettamente quella che noi chiameremmo la sfumatura che appartiene a quell'individuo, a quell'uomo, a quell'individuo che ha cercato, a quell'individuo che ha trovato, che è arrivato dopo mille mutamenti a definire precisamente la tonalità che gli appartiene, che è quella che va a tornare in quella posizione precisa di quello che noi abbiamo chiamato arazzo...l'identità definitiva che in fondo era la stessa appartenenza che aveva il bimbo appena nato, lentamente abbandonata per tornare a ricercarla, ridefinirla e riappropriarsene. Nel momento in cui viene riconosciuta quella tonalità non c'è altro scampo che appartenere, appartenere nuovamente a quel disegno, a quell'arazzo. Dove sta la consapevolezza in tutto ciò? La consapevolezza era là dove affidati vi siete a quell'essere che vi fu madre, che vi alimentò, vi scaldò e vi protesse. La consapevolezza non può essere costruita; è quel ricordo, quella malinconia di una condizione perduta, di un paradiso perduto del quale avete assaporato la precisione e l'equilibrio... la perfezione. La perfezione negata affinché il divenire divenisse concreto, l'architettura potesse prendere forma, sorretta dal vostro vivere, dal vostro cercare, dal vostro scegliere e decidere. La consapevolezza mai vi ha abbandonato, la visione è sempre stata in voi e lo è anche in questo momento, ma riconoscerla come vera e reale e appartenente a voi è renderla consapevole, ma non esiste scampo a tutto ciò, come potrebbe essere diversamente? È la vostra essenza in fondo, è ciò che anima ogni cosa, ogni movimento, ogni respiro. Non cercate di costruire consapevolezza, non cercate di costruire visione; naturalmente verrà svelata perché tale è, immutabile, certa, perfetta, pura e nitida, semplicemente velata dall'affannarci nel nostro voler trovare. Sia il corpo comune ora, sia lo stagno, sia l'acqua, sia l'essere assieme, sia il confonderci. Camminiamo verso quell'acqua, cerchiamola, in essa penetriamo; siamo noi che ci muoviamo verso di essa, è il nostro arbitrio che ci porta là, il nostro desiderio, il nostro volere. Lasciamoci accarezzare da quell'acqua; nel suo salire cheta tutto quanto, cheta le sensazioni, il rumore,le luci, lasciamoci ricoprire fino a perdere definizione, consistenza, pesantezza. Tutto il nostro essere è ricoperto, siamo sommersi da quell'acqua, è calda, ci accoglie, in essa c'è il nostro spazio, la nicchia, il nido; tranquillamente possiamo fidarci, nulla ci può accadere se non essere ciò che siamo. Siamo certi di ciò, che possiamo vedere il nostro corpo, tranquillo,caldo, protetto. Nulla ci serve, di nulla abbiamo bisogno... nulla cerchiamo perché tutto ci appartiene. È nell'essere liberi che io riconosco la perfezione, è nell'essere liberi che l'uomo può negare la verità e solamente quando tornerà a ricercarla troverà l'esatto scandire della ricerca, il preciso scoccare degli attimi, il rotondo, caldo muoversi. È nella libertà che si trova la magia, è nella libertà. Nell'acqua tutto rallenta, ogni movimento è rotondo. Mi piace questa parola “ rotondo”. La luce, per forte che sia, non dà fastidio, è là in alto, al di fuori....